VITEA E I VITIGNI AUTOCTONI

VITEA E I VITIGNI AUTOCTONI

Gaia Faravellli lug 8, 2020 Wine World 0 Comments

Se c’è una cosa che a Vitea non manca è la tipicità e, aggiungo, il forte senso di appartenenza ad un territorio che si espande oltre i confini della nostra proprietà. Per questi motivi abbiamo accolto con entusiasmo nella nostra azienda la giornalista/scrittrice/wine educator/etc Laura Donadoni (alias The Italian Wine Girl). Un incontro certamente concordato, ma nato per caso tra una battuta e l’altra sui rispettivi profili social. Ebbene, ciò che ha spinto Laura nell’Oltrepò Pavese è il suo desiderio di comunicare il vino e di farlo attraverso la scoperta dei vitigni autoctoni
Abbiamo quindi deciso che non bastava raccontargli il nostro lavoro, ma che era necessario trasmetterle quel concetto di territorialità anche attraverso la voce di altri agricoltori. Per questo abbiamo coinvolto alcuni giovani produttori, che come noi hanno investito il loro futuro qui, in questa "terra di mezzo".
Il percorso intrapreso, tra il sali e scendi sui dolci pendìi della Val Versa, ci ha fatto scoprire che oggi in Oltrepò sono presenti soltanto una dozzina dei circa 240 vitigni autoctoni censiti nel 1884. La grande varietà di vitigni presente allora era giunta a noi dalla Francia nell’ultimo millennio a.C. , si era poi diffusa con i Romani, mentre era quasi del tutto scomparsa con l’inizio delle “invasioni barbariche”, durante le quali le diverse varietà sopravvissero all’interno dei monasteri, come quello di Bobbio, riferimento per l’Oltrepò Pavese. Attraverso le curtes del monastero bobbiese la viticoltura si diffuse nuovamente sul territorio e le varietà coltivate erano talvolta incrociate con quelle romane e dei popoli barbari. Verso il 1900 l’arrivo della filossera, insetto mortale per le viti europee, provocò la drastica diminuzione della biodiversità della vite in loco, diminuzione favorita nei secoli successivi anche dai diversi disciplinari delle DOC e dai finanziamenti europei. Negli ultimi quarant’anni, grazie ai progetti di ricerca statali, regionali e universitari, parte di quei vitigni autoctoni sono stati recuperati in extremis e registrati al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Tra questi ci sono l’Ughetta di Canneto (Vespolina), l’Uva rara, la Moradella, la Mornasca, la Croà e la Verdea. Quindi, mentre la croatina era già ampiamente presente nel 1800 in Oltrepò e lo è tutt’ora con circa 4.000 ettari a vigneto, subito seguita dal Pinot Nero, che fine hanno fatto queste altre varietà sopravvissute per miracolo?

Nei terreni di proprietà Vitea coltiva ancora alcuni di questi rari vitigni autoctoni, nello specifico l’Ughetta di Canneto e l’Uva Rara. Il Gallesio, nella sua opera Pomona Italiana (1817-1839), scrive che il nome Ughetta di Canneto deriva dal villaggio in cui era diffusa, Canneto Pavese, ma che la si poteva trovare anche nel novarese, dov’era chiamata Uvetta o Vespolina. Le viti sono poche produttive, ma producono mosti di elevata acidità e vini dal caratteristico sentore speziato. Noi utilizziamo l’Ughetta per la produzione del Buttafuoco e del Sangue di Giuda. Riconoscete il comune sentore di spezia nei due vini?
Nel Buttafuoco è presente anche l’Uva rara. Sempre nel 1800 alcuni ampelografi scrivono che in Oltrepò Pavese l’Uva Rara era uno dei vitigni più diffusi. Questa produce mosti di scarsa acidità e conferisce sentori speziati e floreali che arricchiscono i vini prodotti. Nel nostro Cà del Cervo sono ben riconoscibili i frutti rossi e la ciliegia matura.

Ora che abbiamo approfondito seppur superficialmente un argomento a noi così caro, non ci resta che ringraziare Laura, per averci dedicato il suo tempo e per aver prestato attenzione ad un Oltrepò che riconosce nella tipicità il proprio valore e punto di forza.

Grazie!